Ceuta, il Marocco ferma con i lacrimogeni 111 migranti diretti alla frontiera: arresti, espulsioni e sospetti sulla regia di Rabat

Migranti a Ceuta

La polizia marocchina ha fermato con i gas lacrimogeni 111 migranti che dalle montagne intorno a Fnideq cercavano di raggiungere la frontiera del Tarajal e attraversare il confine con Ceuta. Dopo alcune ore di tensione e scontri con gli agenti antisommossa, il gruppo è stato isolato, caricato su alcuni autobus ed espulso dal territorio della città marocchina.

Tra le persone intercettate ci sono soprattutto cittadini dell’Africa subsahariana e alcuni marocchini. Altre 61 persone sono state fermate con l’accusa di avere incitato all’immigrazione illegale. Le autorità non hanno chiarito dove siano stati trasferiti i migranti allontanati da Fnideq.

Il passaggio collettivo temuto alla vigilia non si è verificato, ma lungo il confine resta una calma tesa. Dal Tarajal a Benzù, Guardia Civil, polizia ed esercito presidiano le strade, le recinzioni e i sentieri di montagna. Anche sul versante marocchino le forze di sicurezza hanno schierato uomini e mezzi per impedire nuovi tentativi.

Ceuta, lacrimogeni contro il gruppo sceso dalle montagne

I migranti sono stati individuati mentre cercavano di avvicinarsi dall’alto alla frontiera. Gli agenti marocchini li hanno intercettati prima che potessero raggiungere il Tarajal, uno dei due passaggi che collegano il Marocco ai venti chilometri quadrati di territorio spagnolo di Ceuta.

Dopo l’isolamento del gruppo si sono verificati scontri. La polizia antisommossa ha lanciato gas lacrimogeni per disperdere le persone radunate e impedire che proseguissero verso la barriera. Tutti i fermati sono stati successivamente allontanati dall’area.

L’intervento mostra la portata del dispositivo preparato da Rabat e Madrid. La mobilitazione non riguarda soltanto i valichi ufficiali: agenti e militari controllano anche le montagne, dove i migranti possono tentare di aggirare le zone maggiormente presidiate.

L’attenzione resta elevata anche a Melilla dopo il trasferimento di numerosi migranti verso Beni Enzar. Le due città autonome spagnole costituiscono le uniche frontiere terrestri tra l’Unione europea e il continente africano e continuano a rappresentare uno dei punti più delicati dei rapporti tra Spagna e Marocco.

Il sospetto spagnolo di una prova di forza del Marocco

Dal versante spagnolo comincia a emergere il sospetto che Rabat abbia utilizzato la mobilitazione dei migranti per mandare un messaggio politico a Madrid. Secondo questa lettura, dopo le tensioni del 30 luglio, il Marocco avrebbe prima lasciato crescere l’allarme e poi mostrato di essere in grado di controllare autonomamente la situazione.

L’operazione condotta a Fnideq diventerebbe così una prova di forza. Rabat avrebbe dimostrato che la pressione sulla frontiera può aumentare oppure diminuire a seconda dell’intensità dei controlli marocchini. Un potere capace di trasformare la gestione dei flussi migratori in uno strumento dei rapporti diplomatici con la Spagna e con l’intera Unione europea.

Non esistono nel materiale elementi che dimostrino una regia marocchina nello spostamento dei migranti. Il sospetto circola però tra gli analisti citati dai media spagnoli ed è alimentato dalla rapidità con la quale le autorità di Rabat hanno dispiegato il dispositivo e bloccato il gruppo prima dell’arrivo alla frontiera.

L’accampamento sulla spiaggia e l’emergenza sanitaria

A Ceuta restano intanto centinaia di migranti che sono riusciti a entrare nelle settimane precedenti. Sulla spiaggia del Trampolín è sorto un accampamento costruito con canne e tessuti, a pochi metri dal mare. Molti ragazzi vivono lì da oltre due settimane e attendono di potersi lavare nei bagni installati all’aperto.

Le condizioni igieniche sono vicine al limite e cresce il timore per la diffusione di malattie gastrointestinali. I giovani provengono soprattutto dal Marocco e dal Sudan e dichiarano di non avere intenzione di tornare indietro.

Verso Benzù, la seconda frontiera che sale lungo le montagne, le autorità mantengono alta la sorveglianza per il timore che nuovi gruppi tentino di attraversare un settore considerato meno presidiato. Il pericolo immediato viene giudicato contenuto, ma nessuno riduce lo schieramento.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha richiamato l’attenzione europea sul caso: «Basta ambiguità. Ceuta è un segnale che l’Europa non può sottovalutare. Contrastare i trafficanti di esseri umani deve essere una priorità». Intanto, sul terreno, i 111 migranti fermati non hanno raggiunto l’Europa e sono stati allontanati senza che sia stata indicata pubblicamente la loro destinazione.