Selvaggia Lucarelli fa un favore alla destra per colpire Ranucci: la guerra personale che vale più di Report e la riporta sotto i riflettori

Selvaggia Lucarelli e Sigfrido Ranucci

Selvaggia Lucarelli sa di fare un favore alla destra e decide di farlo ugualmente. L’importante è colpire Sigfrido Ranucci, contestarne l’immagine pubblica, ridimensionarne il prestigio e riportare se stessa al centro di uno scontro capace di produrre attenzione. Lo dichiara senza troppi imbarazzi: «So che sto facendo un favore alla destra, ma voglio essere intellettualmente onesta».

L’onestà intellettuale, però, dovrebbe partire dagli argomenti. Lucarelli non si limita a criticare uno o più servizi di Report, verificarne gli errori o smontarne le conclusioni. Sposta il bersaglio direttamente sul carattere del conduttore, sulla sua presunta necessità di apparire come un eroe, sul modo in cui racconterebbe se stesso e persino sulla sua vita privata.

Il risultato è un attacco che coincide perfettamente con il lavoro politico di chi vorrebbe indebolire Report e il suo conduttore. La differenza è che questa volta l’offensiva arriva da una voce che non può essere facilmente classificata come appartenente alla destra. Ed è proprio questo a rendere il regalo ancora più prezioso.

Lucarelli contro Ranucci, dalle inchieste alla persona

«La costruzione del martire e dell’eroe senza macchia, la santificazione continua del conduttore, la sua fama di infallibilità mi sono sempre parsi eccessivi e molto alimentati dallo stesso Ranucci», sostiene Lucarelli. Il punto di partenza potrebbe apparire legittimo: nessun giornalista è infallibile e ogni inchiesta deve poter essere contestata.

Ma l’attacco cambia immediatamente livello. Ranucci non viene giudicato soltanto per la qualità dei servizi trasmessi. Diventa un uomo affetto da «una mitomania che non è quella dei semplici vanesi, ma di chi crede di essere nato con la missione di rendere puro il mondo, senza curarsi delle macchie che iniziano ad accumularsi sulla sua tuta da supereroe».

Non è più critica giornalistica. È una diagnosi caratteriale formulata a distanza, accompagnata da un’immagine costruita per demolire la persona prima ancora del professionista. Lucarelli rimprovera a Ranucci di trasformare chi contesta Report in un nemico, «sicuramente di destra», ma finisce per compiere l’operazione opposta: trasforma il dissenso sui servizi in un processo alle intenzioni del conduttore.

Il favore dichiarato alla destra

Lucarelli conosce perfettamente il contesto nel quale inserisce le proprie parole. Ranucci non è un giornalista qualsiasi e Report non è una trasmissione ignorata dalla politica. Da anni il programma è al centro di attacchi, polemiche e tentativi di ridimensionamento. Ogni contestazione può essere legittima, ma fingere che non esista una battaglia intorno alla trasmissione sarebbe impossibile.

Lei stessa ammette che il proprio intervento favorirà la destra. Eppure procede, rivendicando come lasciapassare l’onestà intellettuale. Una formula comoda: riconoscere in anticipo le conseguenze politiche dell’attacco permette di presentarsi come libera da schieramenti, mentre si consegnano argomenti già pronti a chi vuole colpire Ranucci.

«Se però si tralascia la retorica dell’eroe assediato e si riporta Ranucci al giornalismo di inchiesta, servizio per servizio rimane soltanto la qualità del lavoro. Che non è sempre infallibile», afferma Lucarelli. Ed è vero: la qualità di ogni servizio va valutata singolarmente. Ma proprio per questo servirebbero nomi, fatti, errori, omissioni e prove. Non una lunga escursione nella psicologia del conduttore.

La vita privata utilizzata per demolire il giornalista

L’attacco si allarga infine alla vita personale di Ranucci, alle vicende sentimentali raccontate nel libro autobiografico La scelta e al rapporto definito «intimo» con Laura Cianfoni. Compare anche la domanda sull’identità della “Lavinia” descritta nel volume.

Sono elementi che possono soddisfare la curiosità intorno al personaggio, ma non dimostrano che un’inchiesta di Report sia falsa, incompleta o giornalisticamente scorretta. Il passaggio dai servizi alla vita privata rivela la natura dell’operazione: non sottoporre il lavoro di Ranucci a una verifica rigorosa, ma intaccarne complessivamente la credibilità.

Lucarelli sostiene che Ranucci non sia Dio. Una scoperta che nessuno aveva chiesto e che non serve per giudicare il suo giornalismo. Per contestare seriamente Report basta dimostrare dove abbia sbagliato. Quando invece si passa dalla qualità delle inchieste alla mitomania, dalla verifica dei fatti alla tuta da supereroe e infine alle relazioni personali, il protagonista dell’attacco non è più il programma.

È Selvaggia Lucarelli, ancora una volta perfettamente collocata sotto il riflettore che ha appena acceso.