Ruffini demolisce il campo largo: «Quattro anni persi, nessuno muove un muscolo. Schlein e Conte pensano soltanto alla leadership»

«Non è possibile che nessuno muova un muscolo». Ernesto Maria Ruffini perde la pazienza e suona la sveglia al campo largo. L’ex direttore dell’Agenzia delle entrate, oggi alla guida dei comitati civici Più Uno, accusa il centrosinistra di aver sprecato quattro anni all’opposizione senza costruire un programma comune, una coalizione riconoscibile e un’alternativa credibile al governo di Giorgia Meloni.

Ruffini aveva scelto la prudenza. Per settimane era rimasto lontano dai riflettori, in attesa che Partito democratico, Movimento 5 stelle e forze centriste compissero qualche passo verso una sintesi. Il silenzio aveva alimentato il sospetto che avesse rinunciato all’ambizione di federare il campo largo e puntasse soltanto a conquistare un posto sicuro nelle liste del Pd.

L’ex numero uno del Fisco smentisce questa interpretazione. Vuole ancora «provare a unire e dialogare», anche se precisa che lo farà soltanto «con chi ci starà». Il calendario è già fissato: alla fine di settembre uscirà il suo nuovo libro e il 10 ottobre riunirà tutti i comitati di Più Uno per lanciare ufficialmente il progetto politico. L’obiettivo dichiarato appare ambizioso: «Serve un nuovo Ulivo».

Ruffini contro il campo largo: «Quattro anni sprecati»

Prima di costruire il nuovo centrosinistra, Ruffini presenta il conto a quello attuale. «Sono passati quattro anni di governo Meloni e ora vedo che i leader del centrosinistra rimandano a settembre il momento della sintesi: questo mi sorprende e mi dispiace», afferma.

Il bersaglio non è soltanto il rinvio dell’ennesimo confronto tra i partiti, ma il modo nel quale l’opposizione ha utilizzato l’intera legislatura. Secondo Ruffini, Pd, Movimento 5 stelle e alleati hanno concentrato gran parte delle proprie energie sulla critica al governo senza riuscire a trasformarla in una proposta alternativa.

«Chi è stato all’opposizione doveva spendere meglio il suo tempo, piuttosto che criticare solo la destra o chiedere a Meloni di riferire in Aula», attacca. Una frase destinata a irritare i vertici del campo largo, perché mette in discussione non soltanto la strategia politica degli ultimi mesi, ma quattro anni di battaglie parlamentari e mediatiche.

Ruffini non nega il ruolo dell’opposizione né la necessità di incalzare il governo. Sostiene però che la contestazione non possa sostituire il progetto. «Limitarsi a voler sconfiggere la destra è un obiettivo poco ambizioso e poco coraggioso», avverte. Per battere Meloni non basterebbe dunque sommare i voti dei partiti contrari alla premier: servirebbe spiegare quale Italia dovrebbe nascere il giorno dopo.

«Schlein e Conte pensano alla leadership personale»

Il tentativo di far rinascere l’Ulivo incontra un ostacolo evidente: nessuno sembra disposto a rinunciare a una parte del proprio spazio. Ruffini richiama la «generosità» che consentì a Romano Prodi di unire forze politiche differenti e conquistare la vittoria elettorale. Quella disponibilità, però, oggi appare difficile da trovare soprattutto nei due partiti principali della coalizione.

«Sono tutti concentrati nell’affermazione della leadership personale», osserva. Il riferimento riguarda inevitabilmente Elly Schlein e Giuseppe Conte, ormai lanciati verso una competizione per la candidatura alla presidenza del Consiglio. Entrambi rivendicano il peso politico della propria forza e nessuno sembra intenzionato a riconoscere all’altro il diritto naturale di guidare l’alleanza.

La discussione sulle primarie aumenta il fastidio di Ruffini. Il centrosinistra dibatte su come scegliere il candidato premier prima ancora di aver stabilito quale programma quella persona dovrebbe rappresentare. L’ex direttore dell’Agenzia delle entrate prova allora a mettersi nei panni di un elettore e arriva a una conclusione impietosa: «Oggi non so ancora per cosa andrei a votare, per quale idea di Paese».

È questo, secondo lui, il vero fallimento del campo largo. I cittadini conoscono i nomi degli aspiranti leader, assistono alla battaglia tra Pd e Cinque stelle e sentono parlare continuamente di primarie, ma non sanno ancora quale progetto economico, sociale e istituzionale dovrebbe tenere insieme la coalizione.

Il nuovo Ulivo di Più Uno partirà il 10 ottobre

Ruffini tenta quindi di occupare lo spazio lasciato libero dai partiti. Non si propone apertamente come candidato premier, ma costruisce una rete civica capace di dialogare con tutte le componenti del centrosinistra e prova ad assumere il ruolo di federatore.

Il 10 ottobre rappresenterà il momento della verità. Riunendo i comitati di Più Uno, Ruffini dovrà trasformare l’appello alla generosità in una proposta concreta e dimostrare che il suo nuovo Ulivo può andare oltre la nostalgia per la stagione di Prodi. Prima arriverà il libro, alla fine di settembre, destinato probabilmente a fornire la base politica e culturale dell’iniziativa.

L’ex direttore dell’Agenzia delle entrate prende intanto le distanze dal centro, definito quasi un «buco nero» capace di inghiottire ogni nuovo progetto senza produrre una forza politica stabile. «Non sono di centro, sono di centrosinistra», precisa. Una collocazione netta, utile anche a evitare che Più Uno venga interpretato come l’ennesimo tentativo di occupare lo spazio tra i due schieramenti.

Ruffini lancia infine l’ultimo avvertimento ai leader dell’opposizione: «Tutti i partiti oggi in campo hanno già avuto la possibilità di conquistare la fiducia dei cittadini, e ci troviamo dove ci troviamo. Tutto quello che attualmente esiste nel centrosinistra, nel 2022, non è stato in grado di vincere le elezioni».

Il messaggio non potrebbe essere più chiaro. Il campo largo non può limitarsi a riunire gli stessi partiti, affidarsi alle primarie e sperare che l’avversione verso Meloni faccia il resto. Deve cambiare metodo, programma e forse anche protagonisti. Ruffini si candida a provocare quella scossa. Resta da capire chi, nel centrosinistra, accetterà davvero di muovere un muscolo.