Lega in rivolta contro Salvini, la base del Nord lo mette alla porta: «Dal 34 al 5%, ci ha rovinati. A Pontida la resa dei conti»

Matteo Salvini – Ipa @lacapitalenews.it

«Salvini deve farsi da parte. Ora c’è in ballo la Lega». La rivolta contro il Capitano non arriva dai suoi avversari, ma dal cuore del partito che guida. Sindaci, consiglieri e referenti provinciali di Lombardia, Piemonte e Veneto rompono il silenzio e chiedono apertamente un cambio di leadership dopo anni di sconfitte, arretramento elettorale e progressivo allontanamento dallo storico elettorato del Nord.

Il malcontento non nasce oggi. «Non si passa dal 34 al 5 per cento da un giorno all’altro», ricordano i dirigenti locali, descrivendo una discesa continua che la segreteria avrebbe ignorato o minimizzato. A tenere in piedi Salvini, accusano, sarebbe ormai un gruppo di deputati e senatori impegnato a raccontare al leader che tutto procede bene mentre nei territori il partito perde militanti, voti e credibilità.

La riunione del direttivo lombardo, durante la quale sono volati gli stracci, ha aperto la diga. La protesta si è estesa al Piemonte e al Veneto, trasformando una serie di critiche locali in una contestazione settentrionale. Il prossimo appuntamento di Pontida rischia così di diventare il luogo della resa dei conti: la base potrebbe presentare al Capitano il conto di una stagione politica considerata ormai conclusa.

«Salvini deve farsi da parte»: la rivolta parte dalla Lombardia

La voce più dura si alza dalla Lombardia, culla del Carroccio e per decenni principale serbatoio elettorale del partito. «È nostro dovere dire che le cose vanno male. Malissimo», affermano i militanti. Il bersaglio non è soltanto l’ultimo risultato elettorale, ma una strategia che avrebbe eroso lentamente il patrimonio costruito sui territori.

«Sono anni che la strada è questa. Siamo stanchi. La situazione è sotto gli occhi di tutti: soltanto un gruppo di deputati e senatori continua a fare finta di niente», denunciano. Poi l’accusa agli uomini più vicini a Salvini: «Dicono a Matteo che tutto va bene, purtroppo però non è così. Sui territori lo tocchiamo con mano giorno dopo giorno, mese dopo mese. Così siamo rovinati».

Renato Pasinetti, sindaco di Travagliato, parla apertamente di risultati non più accettabili. «Di questo passo, presto saremo un partito ininfluente», avverte. Il primo cittadino rivendica il dovere morale di aprire una discussione vera e sostiene che le preoccupazioni, ignorate per anni, siano ormai condivise da un numero crescente di amministratori.

Anche Giovanmaria Flocchini, presidente della Comunità montana della Valle Sabbia, considera chiuso un ciclo: «Bisogna avere il coraggio di mettersi in discussione sia sulla linea politica sia sulla segreteria». La richiesta non lascia spazio a semplici aggiustamenti organizzativi. I territori non vogliono qualche nuovo nome nella squadra del segretario: chiedono di superare il modello dell’uomo solo al comando.

Anche Piemonte e Veneto voltano le spalle al Capitano

L’effetto domino raggiunge anche il Piemonte, tradizionalmente più prudente nella gestione dei conflitti interni. Il segretario regionale Riccardo Molinari ha cercato finora di contenere il malcontento, pur esprimendo le proprie riserve nel consiglio federale. Dopo lo scontro lombardo, però, anche i dirigenti piemontesi hanno iniziato a parlare pubblicamente.

Massimo Giordano, segretario provinciale di Novara, ex sindaco della città ed ex assessore regionale, racconta di aver chiesto insieme ad altri un intervento netto: «Ho invitato il segretario Molinari a chiedere a Salvini un cambio di rotta. Bisogna tornare a una Lega nordista, quindi occorre un cambio forte». Alla domanda se questo possa avvenire mantenendo Salvini alla guida, risponde senza girarci intorno: «Sicuramente serve un suo passo di lato».

L’idea sarebbe quella di lasciare Salvini al proprio ruolo nel governo e affidare il partito a una nuova guida. Molinari aveva già segnalato due problemi: una virata eccessiva a destra e l’abbandono dello zoccolo duro settentrionale. Aveva inoltre guardato con diffidenza all’ascesa di Roberto Vannacci, considerato un possibile problema anziché la risorsa immaginata dalla segreteria.

Nel Veneto, intanto, il commissario regionale Andrea Tomaello comincia a subire le conseguenze della crisi. La richiesta di riportare il Nord al centro coincide con la posizione sostenuta da Luca Zaia, mentre nel Nord-Est cresce l’attesa per una possibile iniziativa dello stesso ex governatore o di Massimiliano Fedriga.

La base boccia la Lega nazionale e rivuole il Nord

La contestazione non riguarda soltanto Salvini, ma la trasformazione del Carroccio in partito nazionale e sovranista. Quella svolta, riconoscono alcuni dirigenti, possedeva inizialmente una logica: esportare nel resto d’Italia il modello amministrativo e l’efficienza rivendicata al Nord. Il progetto avrebbe però perso la rotta senza conquistare stabilmente il Centro-Sud e allontanando nel frattempo gli elettori settentrionali.

«Invece di estendere l’efficienza del Nord, ci ritroviamo anche qui col clientelismo del Sud», accusano i militanti. La frase rivela quanto la frattura coinvolga l’identità stessa del partito. La Lega di Salvini ha eliminato “Nord” dal proprio orizzonte politico per inseguire un consenso nazionale che, dopo averla portata al 34 per cento, si è progressivamente dissolto.

Paolo Grimoldi, bossiano e fondatore di Patto per il Nord, si dice pronto ad «accogliere a braccia aperte» i vecchi compagni. Il rischio per Salvini non consiste quindi soltanto in una ribellione interna, ma nella dispersione definitiva della base verso nuovi progetti autonomisti.

Da Fontana a Romeo, comincia la partita per la successione

Tutti chiedono un cambio, ma pochi tra i grandi nomi hanno ancora deciso di esporsi. L’ex parlamentare Daniele Belotti invita i dirigenti nazionali a uscire allo scoperto: «Il fronte è stato aperto. Ora si faccia avanti il resto del partito, i suoi pezzi grossi. Qualcun altro deve cominciare a parlare per davvero».

I possibili segnali non mancano. Attilio Fontana avrebbe preparato la bozza dello statuto di un nuovo partito autonomista. Il Nord-Est attende una mossa di Zaia o Fedriga. In Lombardia, Pasinetti indica invece Massimiliano Romeo come una figura già in movimento: «Sta dicendo cose importanti, con il suo stile».

Nessuno ha ancora formalizzato una candidatura alla segreteria e lo stesso Salvini non manifesta alcuna intenzione di lasciare. Grimoldi prevede che non lo farà mai: «Da buon capitano preferisce affondare a bordo della nave». È proprio questa resistenza a rendere Pontida potenzialmente esplosiva.

Per anni il prato bergamasco ha celebrato l’unità del Carroccio intorno al suo leader. Questa volta potrebbe trasformarsi nel luogo in cui il Nord chiederà conto a Salvini di voti perduti, territori abbandonati e identità cancellata. La base ha già pronunciato la propria sentenza politica: il ciclo del Capitano è finito. Ora aspetta che qualcuno, tra i pezzi grossi del partito, trovi il coraggio di dirglielo in faccia.