Garlasco, Chiara Poggi lottò fino all’ultimo: la disperata difesa, il tentativo di rialzarsi e gli ultimi colpi sulle scale

Nel pc i video intimi di Chiara e Alberto

Chiara Poggi non morì senza combattere. La mattina del 13 agosto 2007 vide il proprio assassino, comprese il pericolo e cercò di difendersi. Reagì ai primi colpi, tentò di sottrarsi all’aggressione e, quando era già ferita, provò ancora a rialzarsi. Il suo corpo, riletto diciannove anni dopo attraverso la nuova consulenza medico-legale, racconta una lotta più lunga e disperata di quella immaginata nelle prime ricostruzioni.

Ecchimosi e abrasioni sulle braccia e sulle gambe diventano i segni degli ultimi gesti compiuti da Chiara per salvarsi. Non dettagli anatomici da osservare con distacco, ma tracce di una resistenza. La ragazza non rimase inerme davanti al killer: gli si oppose, cadde e cercò di rimettersi in piedi mentre l’aggressione si spostava attraverso la villetta di via Pascoli fino alla scala della cantina.

La nuova ricostruzione attribuisce alla vittima un ruolo che il racconto del caso aveva quasi cancellato. Per anni abbiamo visto soprattutto il corpo trovato in fondo ai gradini e discusso il percorso di chi lo scoprì. Oggi le ferite permettono di seguire, con prudenza, ciò che avvenne prima: Chiara viva, cosciente e impegnata a respingere la persona che voleva ucciderla.

La colluttazione e i primi colpi contro Chiara Poggi

Secondo la ricostruzione della Procura di Pavia, l’aggressione cominciò con una colluttazione. Chiara affrontò il killer e tentò di difendersi prima che un corpo contundente la colpisse alla parte sinistra della fronte e allo zigomo destro. La violenza dell’impatto la fece cadere, ma non pose fine alla sua resistenza.

Le nuove conclusioni medico-legali individuano sulle braccia e sulle gambe i segni compatibili con quel confronto. Chiara potrebbe aver provato a proteggere il volto, allontanare l’aggressore o aggrapparsi a ciò che trovava intorno a sé. La consulenza può leggere gli effetti prodotti sul corpo, ma non restituire ogni singolo movimento: qualunque descrizione più precisa rischierebbe di trasformare un dato scientifico in un’invenzione.

Il punto centrale, tuttavia, appare netto. L’omicidio non si consumò attraverso un colpo improvviso che non lasciò alla vittima il tempo di comprendere o reagire. Tra Chiara e il suo assassino ci fu uno scontro. Lei tentò di salvarsi e costrinse chi la aggrediva a usare ripetutamente la forza.

Il trascinamento verso la scala della cantina

Dopo averla fatta cadere, il killer avrebbe trascinato Chiara verso la porta che conduceva alla cantina. Anche questa fase modifica la lettura della scena del crimine: il corpo non sarebbe arrivato vicino ai gradini soltanto per effetto della caduta, ma attraverso un’azione precisa dell’aggressore.

Non sappiamo perché volesse portarla lì. Poteva cercare di nasconderla, allontanarla dal punto iniziale della colluttazione oppure completare l’aggressione in una zona meno visibile della casa. Il movimento, però, richiese tempo e un contatto prolungato con la vittima.

Durante il trascinamento Chiara era ancora cosciente. Pur ferita, conservava abbastanza forza da reagire. È questo il passaggio più doloroso e al tempo stesso più importante della nuova ricostruzione: non aveva ancora rinunciato a vivere.

Chiara tentò di rialzarsi mettendosi carponi

Arrivata vicino alla scala, Chiara provò a sollevarsi mettendosi carponi. Fu un tentativo istintivo di sottrarsi all’assassino, forse di raggiungere una via di fuga o semplicemente di rimettersi in piedi. Quel movimento dimostra che, nonostante i colpi già ricevuti, era ancora in grado di reagire.

Il killer la colpì nuovamente alla testa. Secondo la Procura, in questa seconda fase le inferse almeno tre o quattro colpi, facendole perdere conoscenza. Soltanto allora la resistenza di Chiara cessò.

Il tentativo di rialzarsi costituisce uno dei passaggi centrali anche sul piano giudiziario. Descrive infatti la progressione dell’aggressione e la scelta consapevole di continuare a colpire una persona già ferita e in evidente difficoltà. La Procura utilizza proprio la reiterazione della violenza per sostenere l’aggravante della crudeltà contestata ad Andrea Sempio.

Questa rimane la ricostruzione dell’accusa. Sempio nega di essere entrato nella villetta quella mattina e respinge ogni responsabilità nell’omicidio. Nessun giudice ha ancora valutato nel contraddittorio la nuova dinamica né la sua attribuzione all’indagato, che deve essere considerato innocente fino a un’eventuale condanna definitiva.

La caduta lungo i gradini e gli ultimi colpi

Dopo aver fatto perdere conoscenza a Chiara, l’assassino l’avrebbe spinta lungo la scala della cantina. Il corpo scivolò sui gradini fino alla parte inferiore. A quel punto la ragazza non poteva più reagire né rappresentava un pericolo per chi l’aveva aggredita.

Eppure il killer continuò a colpirla. La nuova consulenza individua almeno altri quattro o cinque colpi alla testa, inferti quando Chiara era già incosciente. Le gravissime lesioni cranio-encefaliche provocarono la morte.

La Procura quantifica complessivamente almeno dodici ferite al cranio e al volto. Non descrive quindi un unico gesto incontrollato, ma una violenza sviluppata in più fasi: la colluttazione iniziale, la caduta, il trascinamento, il nuovo tentativo di difesa e infine i colpi dopo la perdita di coscienza.

Proprio questa successione porta i magistrati a parlare di crudeltà. Chi uccise Chiara ebbe più occasioni per fermarsi. Non lo fece quando la vide cadere, mentre la trascinava, quando tentò di rialzarsi e neppure quando non poteva più opporre alcuna resistenza.

Diciannove anni dopo, le ferite raccontano il coraggio di Chiara

Le conclusioni medico-legali serviranno alla Procura per sostenere la nuova accusa e alla difesa per contestarla. Saranno discusse attraverso perizie, ricostruzioni e valutazioni tecniche. Ma prima ancora di diventare elementi processuali, restituiscono qualcosa che il caso Garlasco aveva smarrito: gli ultimi gesti di Chiara.

Per quasi vent’anni il suo nome è rimasto schiacciato tra quello di Alberto Stasi e quello di Andrea Sempio, tra impronte, biciclette, computer e scontrini. Anche la scena del crimine è stata raccontata soprattutto attraverso ciò che fece il killer o ciò che dichiarò chi trovò il corpo. La nuova ricostruzione permette invece di vedere la vittima come una persona che agì, comprese e combatté.

Chiara aveva ventisei anni e quella mattina era sola nella casa di famiglia. Quando venne aggredita, non si arrese. Cercò di proteggersi, resistette ai primi colpi e provò a rialzarsi anche dopo essere stata trascinata verso la cantina. Non riuscì a salvarsi, ma lasciò sul proprio corpo la prova della sua lotta.

Diciannove anni dopo, mentre la giustizia tenta ancora di stabilire chi l’abbia uccisa, una verità emerge senza bisogno di attendere un altro processo: Chiara Poggi lottò fino all’ultimo per restare viva.